L'angelo grasso
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La strada non era più quella che Giangio Coros ricordava. Erano passati troppi anni e molte cose erano cambiate. La Lanesar, la vecchia fabbrica di coperte di lana che come una quinta chiudeva il lato nord della via, non esisteva più. Al suo posto, si levavano tre edifici di identica desolazione, palazzoni larghi e sgraziati di cinque piani, il cui intonaco scrostato raccontava storie di esistenze in salita.
Se non avesse letto il nome dopo aver svoltato l’angolo di via Satta, forse non l’avrebbe neppure riconosciuta. La targa però non lasciava spazio ai dubbi: via Cugia. Era lì, al numero 36, che era accaduto la prima volta.
Aveva tredici anni e da più di un anno aveva cominciato ad avvertire i sintomi del male. Arrivavano all’improvviso e senza un motivo apparente. Era come se una nuvola di terrore lo avvolgesse, nebbia spuntata dal nulla, e cominciasse a incalzargli il cuore costringendolo a battere forte, sempre più forte, fin quasi a scoppiare. Era allora che il petto veniva squassato da fitte violente, che aggiungevano terrore a terrore, mentre il mondo con tutti i suoi abitanti smetteva di esistere all’intorno e la realtà, l’unica realtà, era l’odore acido del suo sudore e il tremore che si impadroniva di tutti i suoi muscoli, scotendoli come fa il vento con i rami di salice bianco.
Non aveva un ricordo diretto di ciò che avveniva. Non poteva averlo, perché durante le crisi perdeva la coscienza di sé. Ma chi assisteva agli attacchi in qualche modo fabbricava anche i suoi ricordi, raccontandogli ciò che accadeva. Ed era per questo, per averne sentito la descrizione cento e cento volte, che rammentava più di ogni altra cosa la disperazione di sua madre la prima volta che, tornando dalla fabbrica, lo aveva trovato sul pavimento della cucina in preda a un tremito incoercibile, gli occhi sbarrati, steso in una pozza di vomito.
Giangio guardò i tre brutti palazzoni: le parabole satellitari piantate sui poggioli striminziti butteravano le facciate come pustole grigie di un acne incurabile. Nonostante l’avesse sempre odiata, pensò con rimpianto alla Lanesar, il vecchio opificio puzzolente raso al suolo vent’anni prima. Sua madre aveva dolorosamente consumato un pezzo d’esistenza, in quello stabilimento malsano, perché lui e le sorelle potessero continuare ad avere un tetto e un piatto di minestra da mangiare, dopo la morte improvvisa di un padre con poca arte e senza niente da parte. Si era rimboccata le maniche, quella donna che gli aveva insegnato il coraggio e la dignità, accettando lo stipendio da fame di quel lavoro da bestie, al reparto follatura, otto ore infernali, che a volte diventavano dieci e anche undici, in mezzo a un frastuono e miasmi d’inferno, per mantenere tre figli ancora piccoli.
Imboccò la via, un tempo sterrata e sempre piena di pozzanghere e ora rivestita da una crosta di asfalto. L’anima miserabile della strada, però, continuava a erompere da crepe e buche profonde, che sembravano nate con l’asfalto stesso. Si diresse in direzione dei tre grandi falansteri sul fondo. Lo ricordava bene: il civico 36 doveva esser là, poco prima del punto in cui via Cugia piega in modo deciso a destra, disegnando un angolo di novanta gradi e spegnendosi nel cancello di ingresso dei tristi condomini popolari, proprio là dove, un tempo, c’erano i varchi d’accesso alla Lanesar. Quante volte l’aveva fatta, quella strada, soprattutto d’estate, quando non andava a scuola.
Sua madre non si fidava a lasciarlo a casa con le sorelle più piccole, che erano già in grado di badare a se stesse – ché l’infanzia senza pensieri, fatta solo di giochi, è un lusso che non tutti possono permettersi – ma non avrebbero potuto far nulla, se fosse stato colto da una delle sue crisi. Per questo lo svegliava poco prima dell’alba e lo portava con sé. Nonostante l’alzataccia, la lunga silenziosa camminata nell’umido chiarore antelucano che li portava fino alla fabbrica gli piaceva molto. Gli sembrava di misurare, un passo dopo l’altro, il grande amore che lo legava alla madre e quello che lei gli riservava e del quale poteva sentire il calore nella mano un po’ ruvida che teneva con ferma e sicura dolcezza la sua.
Poco prima di arrivare alla secca svolta oltre la quale sarebbe stata ingoiata dalla fabbrica, la mamma si fermava davanti alla porticina del civico 36 e bussava piano. Apriva sempre lei, Bonacato, la lontana parente che, in cambio di poche lire, gli avrebbe badato mentre sua madre era al lavoro. Ancora giovane eppure già vecchia, come spesso accade a chi brucia in una fiammata il suo destino, la donna scostava la porta giusto il tanto necessario per farlo passare, lasciando appena intravedere dallo spiraglio un viso nel quale, sotto una biacca di dolore incorniciato dallo scialle di lana nera, traspariva un’antica bellezza. Una volta entrato, dopo aver aver incassato dalla madre un bacio veloce e un immancabile “Fa’ il bravo, figlio mio”, Bonacato richiudeva con forza, come se non vedesse l’ora di interrompere ogni contatto con il mondo là fuori, quel mondo che non le aveva mai perdonato la sua colpa irredimibile.
Giangio si muoveva nella penombra della piccola casa, dirigendosi subito verso la cucina, dove – lo sapeva – lo aspettava la tazza di latte fumante, il pane e, soprattutto, lei: Ciccedda, la colpa di Bonacato, la figlia di nessuno, perché mai la madre aveva voluto dire chi fosse il padre.
In paese, le voci si erano sprecate, su quella pancia che cresceva giorno dopo giorno come un impasto di farina ben lievitata sotto il panno, e c’era chi la diceva cotta e chi la diceva cruda. Una voce sola, però, finì per diventare verità, vera o no che fosse: quella che Bonacato la bella – una bellezza che dopo il parto e il confino nella piccola casa di via Cugia diventò presto più leggenda che ricordo – fosse stata costretta alla sua sorte dalle voglie prepotenti di qualche intoccabile. E più d’una comare, segnandosi, aveva fatto il nome di don Falconi, il parroco di Sant’Antine, uomo di molti appetiti e ancora più peccati, a quello che si diceva in giro.
Il paese di pietra, dove anche i cuori erano della stessa materia, non aveva però mai perdonato a Bonacato il suo silenzio sull’identità del colpevole e, soprattutto, la decisione di non liberarsi dello scomodo fardello che le ingombrava il grembo, nonostante tzia Cadrina Coga, la mammana, saputa la storia, fosse andata più di una volta a casa sua a offrirle i suoi servigi. Bastava approfittarne, quando ancora si era in tempo, ché tzia Cadrina con il prezzemolo e i ferri da maglia ci sapeva fare come nessuna. Lo scandalo ci sarebbe stato comunque, ma lo avrebbe pagato solo lei, com’era giusto. Lei, che non aveva saputo tenere chiuse le gambe, e non una creatura innocente.
Che invece venne al mondo, in una notte tiepida di luna crescente, in ottobre. Ci vollero trenta ore di travaglio prima che Bonacato si sgravasse di quell’enorme fagotto di carne e i quasi cinque chili della bambina esplodessero in pianto, quando il primo respiro le bruciò i polmoni. Andarono a San Francesco, a battezzare quella creatura, e anche questo fece lavorare di taglio e cucito molte lingue, ché scegliere la chiesetta dove officiava don Puggioni al posto della parrocchiale suonava pari pari come la prova provata che don Falconi non aveva tenuto a bada il suo diavolo.
Fu proprio la madre di Giangio a fare da madrina alla bambina. Lussoria, l’aveva voluta chiamare Bonacato. Lussoria, perché voleva un nome che le aprisse un destino. E Lussoria, lei lo sapeva, vuol dire splendente.
I buoni propositi di Bonacato, però, non avevano fatto i conti con le cose della vita. E le cose erano che quella bambina, tonda, grassa e morbida fin dalla nascita, giorno dopo giorno diventava sempre più tonda e grassa e morbida. Metteva allegria solo a guardarla, piena com’era di rotoli rosa in ogni centimetro del corpo, rotoli che col tempo aumentavano di volume ripiegandosi e ricadendo su se stessi, specie sulle gambe e le braccia, che proprio per quelle pieghe avevano finito per acquistare l’aspetto di sardizzas1 confezionate in fretta e con troppo ripieno. Veniva voglia di mangiarla, quella bimba soffice che sorrideva sempre. Ma i bambini, checché ne dicesse don Falconi nelle sue prediche domenicali alle quali non v’era più chi prestasse orecchio, non li mangiano neanche i comunisti, figuriamoci i cristiani. Così chiunque la vedesse si accontentava di baciarla, riempirla di pizzichi e buffetti o farle il corigori2. A mangiare, intanto, pensava lei, la bimba, ogni giorno più tonda, e morbida, e grassa.
Fu ancora la madre di Giangio, colei che l’aveva battezzata Lussoria, a darle senza volerlo il suo nuovo e definitivo nome. Nacque da una canzoncina che le cantava sempre, perché le sembrava che la bimba ridesse più del solito quando la cullava tra le braccia ripetendo quella filastrocca popolare alla quale aveva cambiato le parole:
Ciccedda mea, su mundu est gai
A sicut erat non torrat mai.3
A sicut erat non tornò più il nome della bimba, che già nei primi mesi di vita smise di essere Lussoria, la splendente, per diventare Ciccedda, per tutti. Bonacato, per qualche tempo, provò a contrastare il paranùmene4, ma non ci fu verso. Lei stessa, del resto, che aveva preso fin da subito a chiamare la bambina con un diminutivo affettuoso, Ioia, non poteva impedirsi, quando la stringeva tra le braccia sentendone la morbida, carnea abbondanza, di sussurrarle quelle tre sillabe: Ciccedda.
Ciccedda aveva tre anni più di Giangio e ne era stata la passione per tutta l’infanzia. Gli piaceva, quella “bimba grande” che sorrideva sempre, lo meravigliavano le sue dimensioni strabordanti, lo inebriava quel suo odore di latte riscaldato e il fatto che non sapesse parlare e si esprimesse con gesti ampi e circolari accompagnati da buffi versi, e amava ancora di più suoi abbracci caldi e i baci schioccanti che ogni tanto, come presa da un raptus d’affetto, gli stampava sulle guance e i capelli.
In paese vi era chi mormorava che dovesse essere successo qualcosa durante il difficile parto della bambina, procurandole danni irreversibili. Ma vi era anche chi, con più fantasia, sosteneva che il troppo grasso avesse finito per circondare e atrofizzare il cervello di Ciccedda, facendone una povera idiota.
“Cosa può essere, del resto, una figlia del peccato, se non una minorata?” Così ragionavano le comari, rassicurate dal ritrovarsi e riconoscersi in identici convincimenti, figli della stessa secolare ignoranza.
In realtà Ciccedda era nata sorda. Bonacato se ne accorse tardi, quando la bambina già andava per i due anni e anche lei aveva cominciato a credere che, sì, quella creatura che non si girava quando la chiamava e che sembrava vivere in una bolla sospesa e isolata dal mondo non avesse tutto il senno che occorre a un cristiano per campare in grazia di Dio. E del resto – si diceva la donna – la malasorte non è forse ostinata come i muli, che una volta conosciuta una strada, finiscono per percorrere sempre e solo quella?
Ciccedda, invece, era normale. Ma sorda e quindi destinata in ogni caso alla più subdola e crudele delle condanne: l’esclusione. Dietro i sorrisi di circostanza, le carezze e i “Bae in bonora, fizzighedda mea"5 affettuosi che le comari riservavano alla bambina nelle rare occasioni in cui capitava loro di incontrarla con la madre ai banchi del mercato settimanale di Piazza Manna o nelle ancor più rade visite alla casupola di via Cugia, di solito nel periodo natalizio, per regalare qualche vecchio e misero abituccio dismesso – sempre troppo piccolo per lei – non c’era partecipazione né solidarietà, ma un modo spiccio ed efficace per levarsi un pensiero e mettersi in pace la coscienza.
Perché la verità era una sola: Ciccedda era esclusa dal mondo. Che per gli altri bambini era fatto di giochi e di suoni, di asilo prima e di scuola poi. Di vita che fluiva, magari stenta e difficile, ma viva.
Esclusa dal mondo. Questo era Ciccedda, chiusa nel suo corpo enorme, dentro la piccola casa di via Cugia. Bonacato aveva ottenuto un piccolo sussidio mensile per la sordità della figlia e il Comune, ogni anno, la provvedeva di un assegno di sussistenza, poche lire ma benedette. Per il resto, Bonacato, un tempo la più bella del paese, metteva insieme i soldi necessari per vivere consumando occhi e giorni in lavori di cucito e rammendo per quelle compaesane che non potevano permettersi di ricorrere ai servigi ben più carestosi di tzia Peppina Delogu, la sarta del paese, e andando a fare le pulizie nelle poche case di coloro che, ogni tanto, potevano permettersi di ricorrere a un aiuto per le faccende domestiche. Certi destini nascono controvento e non c’è verso di metterli al riparo. Quelli di Bonacato e di Ciccedda erano nati esposti alla bufera.
Giangio annusò l’aria: l’odore di marcio dei tempi della Lanesar, prodotto dalle acque di lavaggio delle lane grezze, aveva lasciato il posto a un vago e sgradevole sentore di formaggio, che gli ricordò che qualche centinaio di metri più in là, al bordo del paese, sul crinale che ne segna il confine precipitando ripido verso il fiume Salighe, erano ancora attivi i vecchi stabilimenti di produzione del pecorino romano. Quell’odore materializzò immagini di pecore chiuse in tanche di erba misera e rada, di pastori dagli sguardi diffidenti, di notti e albe all’addiaccio, di silenzi rotti da fischi e latrati di cani. Quadri cupi, pieni della stessa livida luce che non era riuscita a scaldare la sua esistenza, finché era rimasto lì. Per questo, del resto, non era più tornato, una volta lasciato il paese per l’università: per non sentire più freddo. Quel freddo che, ogni tanto, lo faceva precipitare nella vertigine dei suoi attacchi di panico.
Solo Ciccedda, in quegli anni di cui avvertiva tutta la lontananza, era riuscita a vincerlo, il gelo che talvolta gli accadeva di provare anche d’estate, quando fuori il sole spaccava la terra e il mondo, assolutamente immobile, sembrava ballare ondeggiando, solo che lo si guardasse attraverso l’aria bollente. Solo Ciccedda, proprio lì, in quella casina di via Cugia perennemente intrisa di odore di minestra di erbe e patate, era riuscita a sciogliere gli aghi di ghiaccio che gli straziavano corpo e mente.
La prima volta accadde nel meriggio di un giorno d’agosto, uno di quei giorni di fuoco che rubano il respiro e sembrano arrivare solo per ricordare agli uomini che l’inferno esiste ed è un brutto affare. Mentre leggeva una pagina di Tom Sawyer, subito dopo pranzo, avvertì un brivido freddo e il cuore prese ad agitarsi nel petto come un pesce tirato a riva. Bonacato era andata a fare i mestieri a casa del dottor Sale, il farmacista, che aveva la famiglia al mare di Santa Caterina e lui e Ciccedda erano rimasti soli, nella penombra della cucina. La nuvola nera del terrore lo inghiottì in un attimo, risucchiandolo nell’abisso dove l’aria mancava e l’unico ossessivo rumore erano i battiti incalzanti, sempre più veloci, che gli squassavano il petto, così forti da sfondarlo, da aprire una breccia dalla quale il cuore – ne era certo – avrebbe finito per fuggire, strappandosi da solo dalla sua cavità. Quando la prima insopportabile fitta di dolore partì dallo sterno per irradiarsi all’intero torace, si accasciò, terreo, con un solo lungo lamento simile al mugolìo di un animale morente.
Ciccedda non lo sentì, quel suono, ma vide Giangio diventare in un attimo color della calce, boccheggiare alla disperata ricerca d’aria, scosso da tremiti incontenibili e poi accasciarsi a terra, come un burattino al quale avessero tagliato i fili. Così accadde: sollevò con insospettabile agilità la sua immensa e morbida mole carnosa dalla grande panca di legno sulla quale sedeva e planò rapida sul pavimento, accanto al piccolo amico squassato dal tremore. Lo abbracciò tenera, modulando suoni carezzevoli e rassicuranti, gli asciugò il sudore che, copioso, aveva preso a scorrergli in rigagnoli sul viso, lo riempì di baci leggeri sui capelli, sulle orecchie, sul collo, mentre con le mani gli percorreva febbrilmente il corpo intero, quasi a voler cercare ed estirpare il male che se n’era impadronito.
L’esatta sequenza di quel che avvenne dopo Giangio non era in grado di ricostruirla. Ma la sensazione in un primo momento di liberazione e sollievo e, dopo, di beatitudine perfetta e sospesa che Ciccedda seppe regalargli in quel giorno lontano gli avrebbe segnato l’anima per sempre, come un marchio a fuoco.
Era proprio perché l’ustione aveva ripreso a bruciare dentro l’insoddisfazione dei suoi giorni, del resto, che era tornato lì, davanti alla porta di via Cugia, dopo un’infinità di anni, anche se non sapeva bene cosa cercasse. Le immagini di Ciccedda e di quella lontana giornata agostana emersero potenti, sovrastando ogni altro pensiero: lei che lo avvolgeva, calda e rassicurante, cancellando il gelo improvviso che una volta ancora l’aveva assalito a tradimento; le sue mani che sembravano calamitare e assorbire l’umore maligno del terrore che si era impadronito di lui; le labbra che, dopo aver a lungo percorso il suo corpo ancora bambino, indugiavano sul pube e, dopo averlo liberato dall’ostacolo minimo dei leggeri pantaloncini di cotone, si erano chiuse sul pene, succhiandolo piano e a lungo; la dolce decisione con cui, con un morbido movimento rotatorio, si era adagiata sul pavimento, traendolo sopra di sé e guidandolo poi dentro il suo corpo, tra le sue immense cosce aperte; la beatitudine liquida dentro la quale, incredulo, era naufragato, assaporando per la prima volta il sapore di quel sentimento ineffabile che gli uomini – ma questo l’avrebbe saputo solo molti anni dopo – chiamano felicità.
Passarono giorni, prima che acquistasse piena contezza di quel che era avvenuto. A spiazzarlo, a ritardare la sua presa di coscienza era stata proprio Ciccedda, con la normalità dei suoi comportamenti: era l’angelo grasso di sempre, affettuosa e protettiva e pronta ad accoglierlo con l’abbraccio del suo sguardo ogni volta che arrivava.
Lui si sentiva combattutto tra il desiderio di ripetere quell’esperienza meravigliosa e pacificante e la vergogna di quello stesso desiderio, che sapeva appartenere alla terra del peccato. Così le lunghe ore nella casina di via Cugia insieme a Ciccedda smisero di essere la cortina di serenità e di affetto che lo riparava dal mondo e dalla vita, per trasformarsi in un insopportabile limbo di irresolutezza nel quale rimaneva impaniato, proprio come i cardellini ch’era solito catturare con le sue trappole di vischio nelle giornate nevose d’inverno. E come quei poveri uccellini che agitavano le ali pigolando fino a sfinirsi nel disperato tentativo di liberarsi e spiccare il volo, anch’egli smaniava nella sua trappola di sentimenti contrastanti, incapace di uscirne.
Evitava di guardare Ciccedda, riducendosi a farlo soltanto quando lei, presa da altro, non gli prestava attenzione. Allora provava a scrutare il mistero dei suoi pensieri, chiedendosi se tra di essi trovasse posto qualcosa di simile al desiderio che – facendolo vergognare – gli gonfiava i pantaloncini. Ma non arrivava mai a darsi un risposta certa, sperdendosi in uno stato di indeterminatezza che lo logorava.
Il tempo trascorso con Ciccedda non era più il prato verde dove il suo cuore correva immemore e felice, ma un roveto dove a ogni battito una spina si conficcava nella carne. A straziarlo, però, era più di ogni altra cosa l’impenetrabilità dei pensieri dell’angelo grasso che, facendosi penetrare, l’aveva salvato dall’abisso di dolore, angoscia e disperazione nel quale ancora una volta era precipitato.
Qualunque cosa sarebbe stata meglio dell’incertezza che lo consumava e non lasciava sbocchi al suo desiderio. E quel qualcosa fu l’ingovernabile istinto che, nell’ennesimo pomeriggio trascorso da soli, lo costrinse a strapparsi di dosso i pantaloncini. Libero da impicci, il sesso dritto e turgido, sproporzionato rispetto al suo corpo ancora bambino, si gonfiò ancora di più, obbligandolo ad afferrarlo. Con il cazzo pulsante ben stretto nella mano, si precipitò su Ciccedda. Ne colse la sorpresa e l’inequivocabile gesto di diniego, espresso prima con il movimento della testa e poi con le mani che, al suo assalto, si tesero in avanti. Fu l’unica sua reazione, perché quando la spinse, rovesciandola a terra, restò immobile, limitandosi a piangere con un sommesso mugolio. Neppure le vide, Giangio, quelle lacrime: in preda alla sua ossessione, senza neanche sapere come riuscì a levarle le mutande e a entrare dentro di lei, dimenandosi sopra quella carne di burro fino all’esplosione che gli squassò il cervello e si disperse in dolorosi brividi elettrici in ogni fibra del corpo.
Si abbandonò sul corpo immenso, aspettando la beatitudine che aveva conosciuto e l’aveva segnato. Ma non venne. I suoi pensieri e il suo stesso corpo, scosso da tremiti intermittenti, erano ben lontani dalla pacificazione perfetta che Ciccedda era stata capace di regalargli la prima volta. Ma ora il suo angelo grasso, sotto di lui, continuava a piangere piano, in silenzio. Eppure aveva preso a carezzarlo piano, con dolcezza. Come se provasse dolore per lui e non per sé, e volesse consolarlo e rassicurarlo.
Uno spasmo allo stomaco gli provocò un rigurgito di acidità che risalì fino alla bocca: si convinse che fosse il sapore del vuoto e della colpa e formulò il terribile pensiero che la sua condanna sarebbe stata quella di non poter più gustare altri sapori che quello. Un pensiero che divenne certezza quando, all’improvviso, Bonacato si materializzò silenziosamente nella penombra della cucina.
Tornò a guardare la porta di via Cugia, quarant’anni dopo quel giorno, con la raggelante sensazione di aver dissipato il suo cuore e, con esso, la sua stessa vita. Provò vergogna di sé e pena infinita per l’angelo grasso che gli aveva insegnato che esiste un amore capace di dimenticarsi di sé senza volere altro che la possibilità di darsi. Un angelo volato via, certamente anche per sua colpa, al seguito della madre, che dopo l’ennesimo schiaffo del destino aveva deciso di lasciare per sempre quel paese gretto, spietato e capace solo di riservarle umiliazioni e vergogna.
Giangio si chiese ancora una volta cosa era stato di loro. Si domandò, in particolare, cosa potesse mai essere accaduto a Ciccedda nell’inevitabile momento in cui Bonacato, invecchiando, non aveva più potuto badare a lei e farsene carico. In realtà, mai e poi mai avrebbe voluto risposta a quella domanda: non sapere era certamente un atto di squallida viltà e una colpa, ma un peso certamente più sopportabile di quello, ignoto e dunque non valutabile, della conoscenza del destino di colei che era stata il suo angelo grasso.
Ebbe schifo di sé e si girò, risolvendosi ad andare via. Il fatalismo succhiato con il latte materno, che ancora determinava il suo atteggiamento nei confronti dell’esistenza malgrado i trent’anni trascorsi lontano dall’isola dentro una vita non avara di agi, donne e successi, affiorò dalle profondità dell’anima, fornendogli la vaga e insufficiente giustificazione che le cose, alla fine, vanno come devono andare e nessuno può farci niente.
In quell’attimo, dall’angolo che portava all’ingresso dei falansteri sbucò una giovane donna vestita modestamente, che teneva per mano una bimba di quattro-cinque anni. La bambina, decisamente grassa, aveva un sorriso felice stampato sul viso rubicondo, nonostante l’evidente fatica a mantenere il passo frettoloso della madre.
Giangio non potè evitare di guardarla. Ma soprattutto non riuscì a impedirsi di scoppiare a piangere, senza sapere perché, quando la piccola, incrociandolo, gli disse ciao, allargando ancora il suo sorriso e agitando la manina.
La giovane donna, sorpresa e intimorita, scartò, strattonando la figlia per costringerla ad accelerare il passo. Sentì la sua vocina chiedere “Perché piange, mamma? È grande e tu mi dici sempre che chi è grande non deve piangere.”
Lo dicevano anche a lui, quando era piccolo: i grandi non piangono, non devono piangere. Per questo si sorprese egli stesso, nel sentire la sua voce levarsi forte all’indirizzo della bimba, vincendo i singhiozzi: “E invece si deve piangere, anche da grandi.”
Sempre più spaventata, la giovane donna prese quasi a correre, trascinando a forza la bimba, che pure riuscì a girarsi per tornare a guardarlo. Non sorrideva più.
Giangio ne intercettò lo sguardo e si sentì trafitto. Capì che quei grandi occhi luminosi color castagna, incastonati nel viso grasso e rubicondo, vedevano la verità.
Perché è la verità quel che rimane, quando tutto il resto si è perso per strada o è stato strappato via.
Avrebbe voluto essere capace di quello stesso sguardo, Giangio. Ma sapeva che, a guardarsi allo specchio, avrebbe visto altro.
Quando la bimba grassa svoltò con la madre l’angolo di via Satta, sparendo alla vista, gli sembrò che il suo sguardo fosse ancora lì, sospeso nell’aria. Pensò che tutta la sua vita fosse lì, in quegli occhi che, pur senza esserci più, continuavano a guardarlo senza giudicare.
Tirò su con il dorso dell’indice l’ultima lacrima e, piano, ricominciò a camminare.
***
1 sardizzas: salsicce
2 corigori: solletico
3 Ciccedda mea, su mundu est gai, a sicut erat non torrat mai: Ciccedda mia, il mondo è così, non tornerà mai com’era
4 paranumene: soprannome
5 Bae’ in bonora, fizzighedda mea: Va’ in buonora (nella buona sorte), figliola mia