contos

quasi sempre in sospeso
martedì, 04 marzo 2008

L'angelo grasso
                                              
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La strada non era più quella che Giangio Coros ricordava. Erano passati troppi anni e molte cose erano cambiate. La Lanesar, la vecchia fabbrica di coperte di lana che come una quinta chiudeva il lato nord della via, non esisteva più. Al suo posto, si levavano tre edifici di identica desolazione, palazzoni larghi e sgraziati di cinque piani, il cui intonaco scrostato raccontava storie di esistenze in salita.
Se non avesse letto il nome dopo aver svoltato l’angolo di via Satta, forse non l’avrebbe neppure riconosciuta. La targa però non lasciava spazio ai dubbi: via Cugia. Era lì, al numero 36, che era accaduto la prima volta.
Aveva tredici anni e da più di un anno aveva cominciato ad avvertire i sintomi del male. Arrivavano all’improvviso e senza un motivo apparente. Era come se una nuvola di terrore lo avvolgesse, nebbia spuntata dal nulla, e cominciasse a incalzargli il cuore costringendolo a battere forte, sempre più forte, fin quasi a scoppiare. Era allora che il petto veniva squassato da fitte violente, che aggiungevano terrore a terrore, mentre il mondo con tutti i suoi abitanti smetteva di esistere all’intorno e la realtà, l’unica realtà, era l’odore acido del suo sudore e il tremore che si impadroniva di tutti i suoi muscoli, scotendoli come fa il vento con i rami di salice bianco.
Non aveva un ricordo diretto di ciò che avveniva. Non poteva averlo, perché durante le crisi perdeva la coscienza di sé. Ma chi assisteva agli attacchi in qualche modo fabbricava anche i suoi ricordi, raccontandogli ciò che accadeva. Ed era per questo, per averne sentito la descrizione cento e cento volte, che rammentava più di ogni altra cosa la disperazione di sua madre la prima volta che, tornando dalla fabbrica, lo aveva trovato sul pavimento della cucina in preda a un tremito incoercibile, gli occhi sbarrati, steso in una pozza di vomito.
 
Giangio guardò i tre brutti palazzoni: le parabole satellitari piantate sui poggioli striminziti butteravano le facciate come pustole grigie di un acne incurabile. Nonostante l’avesse sempre odiata, pensò con rimpianto alla Lanesar, il vecchio opificio puzzolente raso al suolo vent’anni prima. Sua madre aveva dolorosamente consumato un pezzo d’esistenza, in quello stabilimento malsano, perché lui e le sorelle potessero continuare ad avere un tetto e un piatto di minestra da mangiare, dopo la morte improvvisa di un padre con poca arte e senza niente da parte. Si era rimboccata le maniche, quella donna che gli aveva insegnato il coraggio e la dignità, accettando lo stipendio da fame di quel lavoro da bestie, al reparto follatura, otto ore infernali, che a volte diventavano dieci e anche undici, in mezzo a un frastuono e miasmi d’inferno, per mantenere tre figli ancora piccoli.
 
Imboccò la via, un tempo sterrata e sempre piena di pozzanghere e ora rivestita da una crosta di asfalto. L’anima miserabile della strada, però, continuava a erompere da crepe e buche profonde, che sembravano nate con l’asfalto stesso. Si diresse in direzione dei tre grandi falansteri sul fondo. Lo ricordava bene: il civico 36 doveva esser là, poco prima del punto in cui via Cugia piega in modo deciso a destra, disegnando un angolo di novanta gradi e spegnendosi nel cancello di ingresso dei tristi condomini popolari, proprio là dove, un tempo, c’erano i varchi d’accesso alla Lanesar. Quante volte l’aveva fatta, quella strada, soprattutto d’estate, quando non andava a scuola.
Sua madre non si fidava a lasciarlo a casa con le sorelle più piccole, che erano già in grado di badare a se stesse – ché l’infanzia senza pensieri, fatta solo di giochi, è un lusso che non tutti possono permettersi – ma non avrebbero potuto far nulla, se fosse stato colto da una delle sue crisi. Per questo lo svegliava poco prima dell’alba e lo portava con sé. Nonostante l’alzataccia, la lunga silenziosa camminata nell’umido chiarore antelucano che li portava fino alla fabbrica gli piaceva molto. Gli sembrava di misurare, un passo dopo l’altro, il grande amore che lo legava alla madre e quello che lei gli riservava e del quale poteva sentire il calore nella mano un po’ ruvida che teneva con ferma e sicura dolcezza la sua. 
Poco prima di arrivare alla secca svolta oltre la quale sarebbe stata ingoiata dalla fabbrica, la mamma si fermava davanti alla porticina del civico 36 e bussava piano. Apriva sempre lei, Bonacato, la lontana parente che, in cambio di poche lire, gli avrebbe badato mentre sua madre era al lavoro. Ancora giovane eppure già vecchia, come spesso accade a chi brucia in una fiammata il suo destino, la donna scostava la porta giusto il tanto necessario per farlo passare, lasciando appena intravedere dallo spiraglio un viso nel quale, sotto una biacca di dolore incorniciato dallo scialle di lana nera, traspariva un’antica bellezza. Una volta entrato, dopo aver aver incassato dalla madre un bacio veloce e un immancabile “Fa’ il bravo, figlio mio”, Bonacato richiudeva con forza, come se non vedesse l’ora di interrompere ogni contatto con il mondo là fuori, quel mondo che non le aveva mai perdonato la sua colpa irredimibile.
Giangio si muoveva nella penombra della piccola casa, dirigendosi subito verso la cucina, dove – lo sapeva – lo aspettava la tazza di latte fumante, il pane e, soprattutto, lei: Ciccedda, la colpa di Bonacato, la figlia di nessuno, perché mai la madre aveva voluto dire chi fosse il padre.
 
In paese, le voci si erano sprecate, su quella pancia che cresceva giorno dopo giorno come un impasto di farina ben lievitata sotto il panno, e c’era chi la diceva cotta e chi la diceva cruda. Una voce sola, però, finì per diventare verità, vera o no che fosse: quella che Bonacato la bella – una bellezza che dopo il parto e il confino nella piccola casa di via Cugia diventò presto più leggenda che ricordo – fosse stata costretta alla sua sorte dalle voglie prepotenti di qualche intoccabile. E più d’una comare, segnandosi, aveva fatto il nome di don Falconi, il parroco di Sant’Antine, uomo di molti appetiti e ancora più peccati, a quello che si diceva in giro.
Il paese di pietra, dove anche i cuori erano della stessa materia, non aveva però mai perdonato a Bonacato il suo silenzio sull’identità del colpevole e, soprattutto, la decisione di non liberarsi dello scomodo fardello che le ingombrava il grembo, nonostante tzia Cadrina Coga, la mammana, saputa la storia, fosse andata più di una volta a casa sua a offrirle i suoi servigi. Bastava approfittarne, quando ancora si era in tempo, ché tzia Cadrina con il prezzemolo e i ferri da maglia ci sapeva fare come nessuna. Lo scandalo ci sarebbe stato comunque, ma lo avrebbe pagato solo lei, com’era giusto. Lei, che non aveva saputo tenere chiuse le gambe, e non una creatura innocente.
Che invece venne al mondo, in una notte tiepida di luna crescente, in ottobre. Ci vollero trenta ore di travaglio prima che Bonacato si sgravasse di quell’enorme fagotto di carne e i quasi cinque chili della bambina esplodessero in pianto, quando il primo respiro le bruciò i polmoni. Andarono a San Francesco, a battezzare quella creatura, e anche questo fece lavorare di taglio e cucito molte lingue, ché scegliere la chiesetta dove officiava don Puggioni al posto della parrocchiale suonava pari pari come la prova provata che don Falconi non aveva tenuto a bada il suo diavolo.
Fu proprio la madre di Giangio a fare da madrina alla bambina. Lussoria, l’aveva voluta chiamare Bonacato. Lussoria, perché voleva un nome che le aprisse un destino. E Lussoria, lei lo sapeva, vuol dire splendente.
 
I buoni propositi di Bonacato, però, non avevano fatto i conti con le cose della vita. E le cose erano che quella bambina, tonda, grassa e morbida fin dalla nascita, giorno dopo giorno diventava sempre più tonda e grassa e morbida. Metteva allegria solo a guardarla, piena com’era di rotoli rosa in ogni centimetro del corpo, rotoli che col tempo aumentavano di volume ripiegandosi e ricadendo su se stessi, specie sulle gambe e le braccia, che proprio per quelle pieghe avevano finito per acquistare l’aspetto di sardizzas1 confezionate in fretta e con troppo ripieno. Veniva voglia di mangiarla, quella bimba soffice che sorrideva sempre. Ma i bambini, checché ne dicesse don Falconi nelle sue prediche domenicali alle quali non v’era più chi prestasse orecchio, non li mangiano neanche i comunisti, figuriamoci i cristiani. Così chiunque la vedesse si accontentava di baciarla, riempirla di pizzichi e buffetti o farle il corigori2. A mangiare, intanto, pensava lei, la bimba, ogni giorno più tonda, e morbida, e grassa.
Fu ancora la madre di Giangio, colei che l’aveva battezzata Lussoria, a darle senza volerlo il suo nuovo e definitivo nome. Nacque da una canzoncina che le cantava sempre, perché le sembrava che la bimba ridesse più del solito quando la cullava tra le braccia ripetendo quella filastrocca popolare alla quale aveva cambiato le parole:
Ciccedda mea, su mundu est gai
A sicut erat non torrat mai.3
A sicut erat non tornò più il nome della bimba, che già nei primi mesi di vita smise di essere Lussoria, la splendente, per diventare Ciccedda, per tutti. Bonacato, per qualche tempo, provò a contrastare il paranùmene4, ma non ci fu verso. Lei stessa, del resto, che aveva preso fin da subito a chiamare la bambina con un diminutivo affettuoso, Ioia, non poteva impedirsi, quando la stringeva tra le braccia sentendone la morbida, carnea abbondanza, di sussurrarle quelle tre sillabe: Ciccedda.
Ciccedda aveva tre anni più di Giangio e ne era stata la passione per tutta l’infanzia. Gli piaceva, quella “bimba grande” che sorrideva sempre, lo meravigliavano le sue dimensioni strabordanti, lo inebriava quel suo odore di latte riscaldato e il fatto che non sapesse parlare e si esprimesse con gesti ampi e circolari accompagnati da buffi versi, e amava ancora di più suoi abbracci caldi e i baci schioccanti che ogni tanto, come presa da un raptus d’affetto, gli stampava sulle guance e i capelli.
In paese vi era chi mormorava che dovesse essere successo qualcosa durante il difficile parto della bambina, procurandole danni irreversibili. Ma vi era anche chi, con più fantasia, sosteneva che il troppo grasso avesse finito per circondare e atrofizzare il cervello di Ciccedda, facendone una povera idiota.
“Cosa può essere, del resto, una figlia del peccato, se non una minorata?” Così ragionavano le comari, rassicurate dal ritrovarsi e riconoscersi in identici convincimenti, figli della stessa secolare ignoranza.
In realtà Ciccedda era nata sorda. Bonacato se ne accorse tardi, quando la bambina già andava per i due anni e anche lei aveva cominciato a credere che, sì, quella creatura che non si girava quando la chiamava e che sembrava vivere in una bolla sospesa e isolata dal mondo non avesse tutto il senno che occorre a un cristiano per campare in grazia di Dio. E del resto – si diceva la donna – la malasorte non è forse ostinata come i muli, che una volta conosciuta una strada, finiscono per percorrere sempre e solo quella?
Ciccedda, invece, era normale. Ma sorda e quindi destinata in ogni caso alla più subdola e crudele delle condanne: l’esclusione. Dietro i sorrisi di circostanza, le carezze e i “Bae in bonora, fizzighedda mea"5 affettuosi che le comari riservavano alla bambina nelle rare occasioni in cui capitava loro di incontrarla con la madre ai banchi del mercato settimanale di Piazza Manna o nelle ancor più rade visite alla casupola di via Cugia, di solito nel periodo natalizio, per regalare qualche vecchio e misero abituccio dismesso – sempre troppo piccolo per lei – non c’era partecipazione né solidarietà, ma un modo spiccio ed efficace per levarsi un pensiero e mettersi in pace la coscienza.
Perché la verità era una sola: Ciccedda era esclusa dal mondo. Che per gli altri bambini era fatto di giochi e di suoni, di asilo prima e di scuola poi. Di vita che fluiva, magari stenta e difficile, ma viva. 
 
Esclusa dal mondo. Questo era Ciccedda, chiusa nel suo corpo enorme, dentro la piccola casa di via Cugia. Bonacato aveva ottenuto un piccolo sussidio mensile per la sordità della figlia e il Comune, ogni anno, la provvedeva di un assegno di sussistenza, poche lire ma benedette. Per il resto, Bonacato, un tempo la più bella del paese, metteva insieme i soldi necessari per vivere consumando occhi e giorni in lavori di cucito e rammendo per quelle compaesane che non potevano permettersi di ricorrere ai servigi ben più carestosi di tzia Peppina Delogu, la sarta del paese, e andando a fare le pulizie nelle poche case di coloro che, ogni tanto, potevano permettersi di ricorrere a un aiuto per le faccende domestiche. Certi destini nascono controvento e non c’è verso di metterli al riparo. Quelli di Bonacato e di Ciccedda erano nati esposti alla bufera.
 
Giangio annusò l’aria: l’odore di marcio dei tempi della Lanesar, prodotto dalle acque di lavaggio delle lane grezze, aveva lasciato il posto a un vago e sgradevole sentore di formaggio, che gli ricordò che qualche centinaio di metri più in là, al bordo del paese, sul crinale che ne segna il confine precipitando ripido verso il fiume Salighe, erano ancora attivi i vecchi stabilimenti di produzione del pecorino romano. Quell’odore materializzò immagini di pecore chiuse in tanche di erba misera e rada, di pastori dagli sguardi diffidenti, di notti e albe all’addiaccio, di silenzi rotti da fischi e latrati di cani. Quadri cupi, pieni della stessa livida luce che non era riuscita a scaldare la sua esistenza, finché era rimasto lì. Per questo, del resto, non era più tornato, una volta lasciato il paese per l’università: per non sentire più freddo. Quel freddo che, ogni tanto, lo faceva precipitare nella vertigine dei suoi attacchi di panico.
Solo Ciccedda, in quegli anni di cui avvertiva tutta la lontananza, era riuscita a vincerlo, il gelo che talvolta gli accadeva di provare anche d’estate, quando fuori il sole spaccava la terra e il mondo, assolutamente immobile, sembrava ballare ondeggiando, solo che lo si guardasse attraverso l’aria bollente. Solo Ciccedda, proprio lì, in quella casina di via Cugia perennemente intrisa di odore di minestra di erbe e patate, era riuscita a sciogliere gli aghi di ghiaccio che gli straziavano corpo e mente.
 
La prima volta accadde nel meriggio di un giorno d’agosto, uno di quei giorni di fuoco che rubano il respiro e sembrano arrivare solo per ricordare agli uomini che l’inferno esiste ed è un brutto affare. Mentre leggeva una pagina di Tom Sawyer, subito dopo pranzo, avvertì un brivido freddo e il cuore prese ad agitarsi nel petto come un pesce tirato a riva. Bonacato era andata a fare i mestieri a casa del dottor Sale, il farmacista, che aveva la famiglia al mare di Santa Caterina e lui e Ciccedda erano rimasti soli, nella penombra della cucina. La nuvola nera del terrore lo inghiottì in un attimo, risucchiandolo nell’abisso dove l’aria mancava e l’unico ossessivo rumore erano i battiti incalzanti, sempre più veloci, che gli squassavano il petto, così forti da sfondarlo, da aprire una breccia dalla quale il cuore – ne era certo – avrebbe finito per fuggire, strappandosi da solo dalla sua cavità. Quando la prima insopportabile fitta di dolore partì dallo sterno per irradiarsi all’intero torace, si accasciò, terreo, con un solo lungo lamento simile al mugolìo di un animale morente.
Ciccedda non lo sentì, quel suono, ma vide Giangio diventare in un attimo color della calce, boccheggiare alla disperata ricerca d’aria, scosso da tremiti incontenibili e poi accasciarsi a terra, come un burattino al quale avessero tagliato i fili. Così accadde: sollevò con insospettabile agilità la sua immensa e morbida mole carnosa dalla grande panca di legno sulla quale sedeva e planò rapida sul pavimento, accanto al piccolo amico squassato dal tremore. Lo abbracciò tenera, modulando suoni carezzevoli e rassicuranti, gli asciugò il sudore che, copioso, aveva preso a scorrergli in rigagnoli sul viso, lo riempì di baci leggeri sui capelli, sulle orecchie, sul collo, mentre con le mani gli percorreva febbrilmente il corpo intero, quasi a voler cercare ed estirpare il male che se n’era impadronito.
L’esatta sequenza di quel che avvenne dopo Giangio non era in grado di ricostruirla. Ma la sensazione in un primo momento di liberazione e sollievo e, dopo, di beatitudine perfetta e sospesa che Ciccedda seppe regalargli in quel giorno lontano gli avrebbe segnato l’anima per sempre, come un marchio a fuoco.
 
Era proprio perché l’ustione aveva ripreso a bruciare dentro l’insoddisfazione dei suoi giorni, del resto, che era tornato lì, davanti alla porta di via Cugia, dopo un’infinità di anni, anche se non sapeva bene cosa cercasse. Le immagini di Ciccedda e di quella lontana giornata agostana emersero potenti, sovrastando ogni altro pensiero: lei che lo avvolgeva, calda e rassicurante, cancellando il gelo improvviso che una volta ancora l’aveva assalito a tradimento; le sue mani che sembravano calamitare e assorbire l’umore maligno del terrore che si era impadronito di lui; le labbra che, dopo aver a lungo percorso il suo corpo ancora bambino, indugiavano sul pube e, dopo averlo liberato dall’ostacolo minimo dei leggeri pantaloncini di cotone, si erano chiuse sul pene, succhiandolo piano e a lungo; la dolce decisione con cui, con un morbido movimento rotatorio, si era adagiata sul pavimento, traendolo sopra di sé e guidandolo poi dentro il suo corpo, tra le sue immense cosce aperte; la beatitudine liquida dentro la quale, incredulo, era naufragato, assaporando per la prima volta il sapore di quel sentimento ineffabile che gli uomini – ma questo l’avrebbe saputo solo molti anni dopo – chiamano felicità.
 
Passarono giorni, prima che acquistasse piena contezza di quel che era avvenuto. A spiazzarlo, a ritardare la sua presa di coscienza era stata proprio Ciccedda, con la normalità dei suoi comportamenti: era l’angelo grasso di sempre, affettuosa e protettiva e pronta ad accoglierlo con l’abbraccio del suo sguardo ogni volta che arrivava.
Lui si sentiva combattutto tra il desiderio di ripetere quell’esperienza meravigliosa e pacificante e la vergogna di quello stesso desiderio, che sapeva appartenere alla terra del peccato. Così le lunghe ore nella casina di via Cugia insieme a Ciccedda smisero di essere la cortina di serenità e di affetto che lo riparava dal mondo e dalla vita, per trasformarsi in un insopportabile limbo di irresolutezza nel quale rimaneva impaniato, proprio come i cardellini ch’era solito catturare con le sue trappole di vischio nelle giornate nevose d’inverno. E come quei poveri uccellini che agitavano le ali pigolando fino a sfinirsi nel disperato tentativo di liberarsi e spiccare il volo, anch’egli smaniava nella sua trappola di sentimenti contrastanti, incapace di uscirne.
Evitava di guardare Ciccedda, riducendosi a farlo soltanto quando lei, presa da altro, non gli prestava attenzione. Allora provava a scrutare il mistero dei suoi pensieri, chiedendosi se tra di essi trovasse posto qualcosa di simile al desiderio che – facendolo vergognare – gli gonfiava i pantaloncini. Ma non arrivava mai a darsi un risposta certa, sperdendosi in uno stato di indeterminatezza che lo logorava.
Il tempo trascorso con Ciccedda non era più il prato verde dove il suo cuore correva immemore e felice, ma un roveto dove a ogni battito una spina si conficcava nella carne. A straziarlo, però, era più di ogni altra cosa l’impenetrabilità dei pensieri dell’angelo grasso che, facendosi penetrare, l’aveva salvato dall’abisso di dolore, angoscia e disperazione nel quale ancora una volta era precipitato.
Qualunque cosa sarebbe stata meglio dell’incertezza che lo consumava e non lasciava sbocchi al suo desiderio. E quel qualcosa fu l’ingovernabile istinto che, nell’ennesimo pomeriggio trascorso da soli, lo costrinse a strapparsi di dosso i pantaloncini. Libero da impicci, il sesso dritto e turgido, sproporzionato rispetto al suo corpo ancora bambino, si gonfiò ancora di più, obbligandolo ad afferrarlo. Con il cazzo pulsante ben stretto nella mano, si precipitò su Ciccedda. Ne colse la sorpresa e l’inequivocabile gesto di diniego, espresso prima con il movimento della testa e poi con le mani che, al suo assalto, si tesero in avanti. Fu l’unica sua reazione, perché quando la spinse, rovesciandola a terra, restò immobile, limitandosi a piangere con un sommesso mugolio. Neppure le vide, Giangio, quelle lacrime: in preda alla sua ossessione, senza neanche sapere come riuscì a levarle le mutande e a entrare dentro di lei, dimenandosi sopra quella carne di burro fino all’esplosione che gli squassò il cervello e si disperse in dolorosi brividi elettrici in ogni fibra del corpo.
Si abbandonò sul corpo immenso, aspettando la beatitudine che aveva conosciuto e l’aveva segnato. Ma non venne. I suoi pensieri e il suo stesso corpo, scosso da tremiti intermittenti, erano ben lontani dalla pacificazione perfetta che Ciccedda era stata capace di regalargli la prima volta. Ma ora il suo angelo grasso, sotto di lui, continuava a piangere piano, in silenzio. Eppure aveva preso a carezzarlo piano, con dolcezza. Come se provasse dolore per lui e non per sé, e volesse consolarlo e rassicurarlo.
Uno spasmo allo stomaco gli provocò un rigurgito di acidità che risalì fino alla bocca: si convinse che fosse il sapore del vuoto e della colpa e formulò il terribile pensiero che la sua condanna sarebbe stata quella di non poter più gustare altri sapori che quello. Un pensiero che divenne certezza quando, all’improvviso, Bonacato si materializzò silenziosamente nella penombra della cucina.
 
Tornò a guardare la porta di via Cugia, quarant’anni dopo quel giorno, con la raggelante sensazione di aver dissipato il suo cuore e, con esso, la sua stessa vita. Provò vergogna di sé e pena infinita per l’angelo grasso che gli aveva insegnato che esiste un amore capace di dimenticarsi di sé senza volere altro che la possibilità di darsi. Un angelo volato via, certamente anche per sua colpa, al seguito della madre, che dopo l’ennesimo schiaffo del destino aveva deciso di lasciare per sempre quel paese gretto, spietato e capace solo di riservarle umiliazioni e vergogna.
Giangio si chiese ancora una volta cosa era stato di loro. Si domandò, in particolare, cosa potesse mai essere accaduto a Ciccedda nell’inevitabile momento in cui Bonacato, invecchiando, non aveva più potuto badare a lei e farsene carico. In realtà, mai e poi mai avrebbe voluto risposta a quella domanda: non sapere era certamente un atto di squallida viltà e una colpa, ma un peso certamente più sopportabile di quello, ignoto e dunque non valutabile, della conoscenza del destino di colei che era stata il suo angelo grasso.
Ebbe schifo di sé e si girò, risolvendosi ad andare via. Il fatalismo succhiato con il latte materno, che ancora determinava il suo atteggiamento nei confronti dell’esistenza malgrado i trent’anni trascorsi lontano dall’isola dentro una vita non avara di agi, donne e successi, affiorò dalle profondità dell’anima, fornendogli la vaga e insufficiente giustificazione che le cose, alla fine, vanno come devono andare e nessuno può farci niente.
In quell’attimo, dall’angolo che portava all’ingresso dei falansteri sbucò una giovane donna vestita modestamente, che teneva per mano una bimba di quattro-cinque anni. La bambina, decisamente grassa, aveva un sorriso felice stampato sul viso rubicondo, nonostante l’evidente fatica a mantenere il passo frettoloso della madre.  
Giangio non potè evitare di guardarla. Ma soprattutto non riuscì a impedirsi di scoppiare a piangere, senza sapere perché, quando la piccola, incrociandolo, gli disse ciao, allargando ancora il suo sorriso e agitando la manina.
La giovane donna, sorpresa e intimorita, scartò, strattonando la figlia per costringerla ad accelerare il passo. Sentì la sua vocina chiedere “Perché piange, mamma? È grande e tu mi dici sempre che chi è grande non deve piangere.”
Lo dicevano anche a lui, quando era piccolo: i grandi non piangono, non devono piangere. Per questo si sorprese egli stesso, nel sentire la sua voce levarsi forte all’indirizzo della bimba, vincendo i singhiozzi: “E invece si deve piangere, anche da grandi.”
Sempre più spaventata, la giovane donna prese quasi a correre, trascinando a forza la bimba, che pure riuscì a girarsi per tornare a guardarlo. Non sorrideva più.
Giangio ne intercettò lo sguardo e si sentì trafitto. Capì che quei grandi occhi luminosi color castagna, incastonati nel viso grasso e rubicondo, vedevano la verità.
Perché è la verità quel che rimane, quando tutto il resto si è perso per strada o è stato strappato via.
Avrebbe voluto essere capace di quello stesso sguardo, Giangio. Ma sapeva che, a guardarsi allo specchio, avrebbe visto altro.
Quando la bimba grassa svoltò con la madre l’angolo di via Satta, sparendo alla vista, gli sembrò che il suo sguardo fosse ancora lì, sospeso nell’aria. Pensò che tutta la sua vita fosse lì, in quegli occhi che, pur senza esserci più, continuavano a guardarlo senza giudicare.
Tirò su con il dorso dell’indice l’ultima lacrima e, piano, ricominciò a camminare.
 
***
 
 
1 sardizzas: salsicce
2 corigori: solletico
3 Ciccedda mea, su mundu est gai, a sicut erat non torrat mai: Ciccedda mia, il mondo è così, non tornerà mai com’era
4 paranumene: soprannome
5 Bae’ in bonora, fizzighedda mea: Va’ in buonora (nella buona sorte), figliola mia
buttato giù con la consueta approssimazione da giorgioflavio Permalink | commenti (28) / commenti (28) (pop-up)
categoria: piombi, sugheri, il rac-contro del mese

lunedì, 11 febbraio 2008

Bastiano Acca, barista empatico
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 5 - Vite un po' così. Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie 
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La capiva al volo, la gente. Gli bastava osservarla. Dal modo di camminare, aprire una porta o guardare l’orologio, da un semplice gesto, uno sguardo, un tic, un sorriso, una fugace espressione di corruccio, Bastiano Acca sapeva cogliere l’essenza di una persona. E raramente sbagliava, bisognava riconoscerlo, anche quando sembrava andare contro ogni evidenza.
Come nel caso di Maria Luigia Casti, la professoressa di musica che sembrava sempre appena uscita da un raduno di catechiste penitenti ed era rigida come un manico di scopa. La prima volta che entrò nel suo bar, sigillata dentro l’abituale e castigatissimo tailleur fuori moda in lanetta grigio-topo, i capelli raccolti nella crocchia severa, gli occhiali in celluloide nera di quelli che non se ne vedono più almeno da vent’anni, per capire gli bastò registrare il fremito quasi impercettibile dell’inconfondibile neo a forma di otto sullo zigomo sinistro e incrociarne per una frazione di secondo lo sguardo verde palude.
“Quella è una gran trombatrice” comunicò al manipolo di perdigiorno occupati a compilare sistemi illusoriamente infallibili per sbancare il superenalotto, non appena la donna fu uscita.
“Seh, e io sono astemio!” aveva ribattuto Armando Bumba, ubriacone di solidissima fama e con un fegato almeno due taglie più grande del necessario. Bastiano lasciò che scemassero le grasse risate seguite alla sortita e ribadì seraficamente il concetto: “Quella donna è una che ci dà che non ne avete idea, vi dico. E se la guardaste bene, vi accorgereste anche che è un gran bel pezzo di cavalla.”
Non aggiunse altro, incurante dei lazzi e degli impietosi commenti che gli specchiati gentiluomini presenti si sentirono in dovere di aggiungere all’indirizzo della donna, i più gentili dei quali – formulati da Tonio Bulletta, il tappezziere – sostenevano che la Casti aveva il fascino di una cozza patella, attizzava quanto un litro di bromuro e, c’era da giurarci, l’unico pisello che aveva visto da vicino doveva essere quello del suo vicino di culla nella nursery del reparto maternità, subito dopo la nascita. “Quella in mezzo alle gambe ha ragnatele così fitte e impenetrabili che non ha neppure bisogno della cintura di castità per mantenere intatta la sua virtù” aveva concluso l’artigiano, che non disdegnava le metafore, senza peraltro porsi troppi problemi in ordine alla loro eleganza.
Solo due settimane dopo, Venanzio Belli, titolare dell’omonimo mobilificio – Mobili Belli. Nient’altro da aggiungere era lo slogan ch’egli stesso aveva coniato per farsi pubblicità sul quotidiano locale – di ritorno da un breve viaggio d’affari a Kiev entrò al BarAcca con l’aria di chi aveva novità grosse. “Guardate qua” disse tirando fuori dalla tasca un dvd e avvicinandosi al televisore.
Dopo qualche secondo il gruppetto di abituali frequentatori guardava con interesse i titoli di testa di “Insatiable”, directed by Dick Luride, starring Pussy Lust, durante i quali un bacino e due cosce oscenamente spalancate su un letto circolare si esibivano in movimenti di inarrivabile virtuosismo. La sorpresa arrivò quando la macchina da presa, risalendo, inquadrò le labbra dischiuse, indugiando per qualche istante sugli ampi movimenti di pennellessa della lingua appuntita e carnosa che ne fuoriusciva, per poi rivelare l’intero viso della proprietaria della pelvi tarantolata.
“Ma quella è…” urlò all’unisono l’improvvisata piccola comunità di spettatori, gli occhi fissi sul neo ad otto dello zigomo.
“Già, proprio lei, il pezzo di legno, la cozza patella, quella che non aveva mai visto un pisello” li precedette trionfante  Venanzio, senza distogliere dallo schermo lo sguardo inequivocabilmente lubrico. “E come vedrete tra poco, Maria Luigia Casti vi dimostrerà che non solo ha visto più piselli di un contadino nella valle degli orti, ma sa anche cosa farne, oltre ogni vostra immaginazione.”
Prima che, con il tasto di scorrimento veloce, il gruppetto passasse in rassegna i fantasiosi amplessi della sedicente Pussy Lust, alter ego della insospettabile professoressa di musica con presunte ragnatele proprio lì, in stretta, anzi strettissima collaborazione con una ventina di maschi molto dotati, Tonio Bulletta si girò verso Bastiano, incrociandone l'espressione  serafica e tutt’altro che sorpresa: “Avevi ragione, porca pupazza. Ma come fai, a leggere dentro le persone? E che, ci hai la vista a raggi X come Superman?”
Bastiano, in realtà, non disponeva di superpoteri ma soltanto di una fortissima inclinazione all’empatia. Aveva il dono di intercettare le emozioni degli altri e di mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, in modo naturale, senza forzature. Perché lui aveva passione, per gli altri. Gli piacevano, era curioso di conoscerne le storie, i pensieri, i dolori, le gioie e ogni moto del cuore. Amava la gente perché egli stesso era gente e amarla era dunque  amarsi.
Era proprio questo amore a consentirgli di entrare nella pelle e nel cuore altrui, cogliendone l’essenza più autentica e i sentimenti più profondi, quelli che scorrono carsici e insospettabili nelle pieghe più profonde della nostra anima, spesso sconosciuti a noi stessi.
Bastiano, insomma, era “prossimo” – nel senso letterale del termine – all’altrui destino. E contava poco, alla fine, che comprendesse davvero o meno gli altri: si sforzava naturalmente di comprenderli e questo era già straordinario e bastava a guadagnargli la simpatia, l’amicizia e l’affetto di tutti.
Non v’era chi ricordasse una volta – una sola – in cui Bastiano avesse sbagliato approccio o valutazione su una persona della quale aveva incrociato il cammino: che si trattasse di Elio Falchi, paranoide conclamato capace di vedere intenzioni ostili anche in un gesto di gentilezza e di reagire con inusitata quanto ingiustificata aggressività, oppure di uno sconosciuto agente di commercio di passaggio, visibilmente depresso per l’ennesimo ordinativo mancato, Bastiano “sapeva” cosa fare e cosa dire per farli stare meglio, placando in qualche imperscrutabile modo i loro tumulti interiori e pacificandoli, almeno per un momento, con l’esistenza e il destino.
Né v’era chi avesse memoria di qualcuno che, anche solo per scherzo, avesse mai espresso una parola meno che benevola nei suoi confronti. Farlo, del resto, avrebbe probabilmente significato tirarsi addosso gli strali dell’intera popolazione del capoluogo, ché Bastiano Acca, con la sua naturale e amabile disponibilità nei confronti di tutti, era ormai diventato un’istituzione, se non proprio una leggenda.
Nessuno si meravigliò, dunque, quando dietro al feretro dentro al quale il barista compiva l’ultimo e definitivo viaggio della sua apprezzata esistenza, si accodarono almeno duemila persone, molte delle quali in lacrime. Una folla mai vista, neppure al funerale solenne di monsignor Devoto, il vescovo che per quasi quarant’anni aveva guidato la diocesi con la mano saggia e compassionevole del buon pastore.
Ne parlarono a lungo anche i giornali, della tragica fine di Bastiano, morto  dietro al bancone del BarAcca un sabato a mezza sera, mentre regalava uno dei suoi irresistibili sorrisi all'adolescente pieno di piercing che gli aveva chiesto una bottiglia di scotch e una di rhum. “Dovrei chiederti la carta d’identità, prima di vendertele, lo sai?” aveva detto con tono tranquillo, cercando di stabilire un contatto con gli occhi sfuggenti del ragazzotto. “Ma mi accontento della promessa che tu e i tuoi amici non vi metterete alla guida, nel caso vi scolaste tutta questa roba.”
“E a te cosa te ne frega, di quello che facciamo noi? Io le bottiglie te le pago e quel che ne faccio sono cazzi miei!” aveva ribattuto quello, a muso duro.
Bastiano non aveva smesso per un attimo di sorridere, limitandosi soltanto a trattenere le bottiglie dalla sua parte del bancone. “Il fatto è che non sono solo cazzi tuoi, ragazzo” aveva detto con il suo tono conciliante. “Perché, vedi, io stanotte, dopo la chiusura, tornerò a casa in macchina e l’idea che sulla stessa strada possa incrociare la tua auto con te sbronzo alla guida un filo di preoccupazione me la dà. Perciò insisto: ti do le bottiglie, ma in cambio voglio la promessa, d’accordo?”
“D’accordo un cazzo, stronzo” aveva urlato in risposta il ragazzo, nelle cui mani si era materializzata una pistola. “Tu mi dai subito le bottiglie e la fai finita con queste menate, se no potrei farmi venire voglia di cacciarti una palla in mezzo agli occhi, va bene? Su, sbrigati, pezzo di merda.” “Ehi, calma, bello. Potresti farti male con quell’arnese, e ti assicuro che non è davvero il caso” aveva replicato il barista, con tono ancora incredibilmente tranquillo. Poi aveva cercato gli occhi del giovinastro, aprendosi in uno dei suoi sorrisi disarmanti. Chissà se Bastiano, scrutando in fondo a quell’abisso un attimo prima che quello tirasse il grilletto e la luce si spegnesse per sempre, aveva fatto in tempo a comprendere che neppure l’empatia può niente, contro la disperazione del vuoto.
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Una suggestione di Flounder the Wonder e la gentile ospitalità di Cybbolo fanno sì che la vita un po' così di Bastiano sia disponibile fino al 29 febbraio (giorno che notoriamente non esiste, vedi qui) anche su blogosteria.splinder.com. Esercizio che, ben più di questa bodeguita, merita una visita: vi si beve, spizzica e chiacchiera che non ne avete l'idea. Affrettatevi, dunque, e affacciatevi per un cicchetto, se ancora non l'avete fatto.
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mercoledì, 30 gennaio 2008

Filippo Costa, luogocomunista
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  4 - Vite un po' così. Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie    
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Studiare, semplicemente, non gli piaceva. Meglio, non lo interessava. Già alle elementari, una volta imparato a scrivere, leggere e far di conto, il resto gli veniva a noia. Cosa poteva importargliene, dei sette re di Roma, quando ad aprile poteva catturare le lucertole che cominciavano a uscire al sole nella pietraia dietro casa o andare a pescar rane nelle marcite? Sapere i nomi di Anco Marzio e Tullio Ostilio non serviva davvero ad annodare il cappio sottile di giunchiglia che poi con mano ferma riusciva a stringere al collo di ogni lusèrta che gli capitava a tiro, per furba e veloce che fosse. E cosa poteva venirgliene, dal sapere la capitale della Malesia o della Mongolia esterna, se tanto in quei posti lontani non ci sarebbe mai andato e neppure gli importava andarci, ché il posto dei desideri e dei sogni era a neppure un’ora da casa, proprio là dove il grande fiume verde e grasso si slarga in una serie di laghi dalle rive sabbiose orlate da macchie di canne e file di pioppi d’argento?
Poi c’era la tortura, il supplizio. Perché altro non era, il dover stare seduto e fermo per cinque ore su un banco duro e scomodo, con le gambe e le braccia che non volevano saperne e si muovevano per conto loro, e lo facevano ritrovare in piedi senza neanche volerlo, con il maestro Zanotti a intimargli di star seduto composto. Filippo ubbidiva, ma immancabilmente si rialzava dopo qualche istante, così che il maestro finiva ogni volta per perdere la pazienza e punirlo, dandogli sonore bacchettate con il righello di legno sul dorso delle mani, sulle nocche, dove fa più male, ché ai tempi in cui lui era piccolo quella era la pedagogia, sulle rive del grande fiume.
Insomma, Filippo non si prendeva, con la scuola. E siccome i libri, per quel che ne sapeva, erano roba da scuola, non si prendeva nemmeno con i libri. Dopo l’esame di terza media, ne aprì solo uno, quando aveva sedici anni. Le frasi da dire per non restare mai senza parole si intitolava. Fu Pepìn Giacomazzi, il calzolaio, a prestarglielo, un giorno che per incarico della madre gli portò un paio di scarpe da risuolare. Il brav’uomo gli aveva sorriso e rivolto le solite battute che gli adulti riservano ai ragazzi: “Ti sei allungato, dall’ultima volta che ti ho visto, assomigli sempre di più a tuo padre. Tieni sempre all’Inter o finalmente ti sei deciso a passare a una squadra vera? E con le ragazze come va? Chissà quante morose, con quell’occhio malandrino”, ma aveva ottenuto in risposta solo qualche sillaba smozzicata.
“Uè, toso, siccome so bene che timido non sei, i casi sono due” gli aveva detto Pepìn. “O ti è caduta la lingua oppure devi far pace con le parole, visto che per campare in grazia di Dio in mezzo ai cristiani qualcuna devi pur dirla.”
Si era girato e dalla scansia dove teneva allineate una seria impressionante di piedi di legno di varie misure – “le forme”, li chiamava – aveva tirato fuori il libro. “Leggilo, mettici pure tutto il tempo che vuoi, ma leggilo, ti tornerà utile” disse al ragazzo. E Filippo, più per obbligo di cortesia che per curiosità, lo lesse. Quel libro non era la Bibbia, ma in effetti gli servì. Non è che gli avesse insegnato grandi cose, sia chiaro, ma gli fece capire che quando si sta con gli altri è sempre meglio dire qualcosa, non fosse altro che per rivelarsi e rassicurarli. La gente silenziosa e che sta sulle sue è vista con qualche sospetto, sulle rive del grande fiume. Il silenzio allontana, perché è misterioso e il mistero insinua il sentimento sottile della paura. Meglio parlare, dunque, e dire le cose giuste. Che sono quelle che gli altri vogliono sentire, quale che sia l’argomento. Cose facilmente comprensibili e – soprattutto – condivisibili.
A Filippo, grazie al libro di Pepìn, la faccenda fu subito chiara e non perse occasione per dimostrare a se stesso, prima ancora che agli altri, che l’aveva capita. Il ragazzetto di poche parole ch’era stato fin lì lasciò il posto a un nuovo Filippo che non disdegnava di dire la sua, in ogni occasione e con chiunque.
Gli effetti benefici non tardarono a farsi sentire: prima in casa, dove i genitori interpretarono compiaciuti la sua nuova e tranquilla loquacità come il segno palese del suo avviarsi verso l’età adulta: poi tra gli amici e in paese, dove presero a guardarlo e soprattutto ad ascoltarlo con più considerazione, quando interveniva nei discorsi. “I politici sono tutti ladri e pensano solo alla poltrona” sentenziava convinto se si parlava della crisi di governo, di cui ovviamente ignorava grassamente i termini e le ragioni. E pur senza saper nulla di climatologia e ancora meno di chimica e geografia astronomica, affermava con sicurezza che “se non ci sono più le mezze stagioni e il clima è impazzito, è colpa del buco dell’ozono”, guadagnandosi l’approvazione degli astanti. Filippo sapeva sempre cosa dire: che le verdure non avevano più il sapore di una volta, non c’è più rispetto per gli anziani, la famiglia non è più un valore, nessuno più vuole lavorare la terra, le donne non sanno guidare, dove si fermano i camionisti lì sì che si mangia bene, arriverà un giorno che i computer domineranno l’uomo, è sempre la povera gente che ci rimette, sono sempre i migliori che se ne vanno, le persone grasse sono le più simpatiche, non ci vuole mica la laurea per leggere la bolletta del gas, i soldi non fanno la felicità, con l’euro tutto costa doppio, i supermercati hanno ucciso i piccoli commercianti, io non sono razzista ma questi immigrati dovrebbero starsene a casa loro, se si va avanti così chissà dove si andrà mai a finire, si stava meglio quando si stava peggio, oggi tutti vanno troppo di fretta…
Un repertorio infinito, replicabile all’occorrenza e soprattutto perfetto, perché esattamente uguale a quello che, a loro volta, mettevano in scena gli altri, a Canalminore. Ma anche in televisione – che si sa, è lo specchio del paese - non è che fosse poi molto diverso. Forse che i politici, i giornalisti, i pippibaudi, gli attori e i cantanti e perfino i cialtroni dei realitisciò che tracimavano dallo schermo alla fine non dicevano le stesse cose che diceva lui? “Magari può cambiare qualche parola, ma i concetti sono quelli” diceva Filippo. “E la televisione è pur sempre la televisione” aggiungeva “anche se ormai ci lavorano solo i raccomandati e le sciacquette che l’hanno data a qualcuno. Per forza i programmi sono sempre più volgari e c’è solo sesso e violenza, i film più belli li danno solo la notte e il grande varietà è morto: a furia di far lavorare solo quelli che hanno qualche santo in paradiso, dove sono andati a finire, i veri autori? È peggiorata, la televisione, e molto, inutile dire. Io infatti ormai la guardo pochissimo, solo documentari e telegiornali”. Questo diceva Filippo, esattamente come ogni altro canalminorese nell’età della ragione, roba che se fosse stato vero l’Auditel avrebbe chiuso baracca e burattini da un pezzo.
Gli unici a non partecipare ai discorsi di sempre all’ora dello spritz erano gli snob fanatici come Sandro Gardoni, Beppe Soldi e i quattro-cinque amici loro, che se la tiravano da intellettuali controcorrente solo perché avevano preso uno straccio di laurea. Ma bastava ignorare le cose che dicevano, per quanto – lo doveva ammettere – ad ascoltarle davano da pensare, perché il mondo improvvisamente sembrava rivelarsi in una luce diversa, talvolta più livida e inquietante, talaltra capace di lasciar intravvedere una speranza.
Il problema è che pensare  è roba che fa perdere tempo e semina dubbi, e i dubbi non servono a campare, ché finiscono per rendere penosa ogni decisione e alla fine fanno pure perdere il sonno. No, no, la vita è quella che è, tutto sta ad accettare questa verità. Filippo l’aveva fatto sempre: a poco più di vent’anni aveva sposato Lisa, la figlia del fornaio di Canalminore, perché le mogli e i buoi devono essere dei paesi tuoi e perché l’aspetto della futura suocera, all’epoca poco più che quarantenne, l’aveva rassicurato su quel che sarebbe stata sua moglie nel giorno in cui avrebbero festeggiato le nozze d’argento. Ché si sa: vuoi sapere come sarà tua moglie dopo vent’anni di matrimonio? Allora guarda sua mamma. E Romilde, sua suocera, madre di famiglia e fornaia di complemento paciosa e sorridente, a lui piaceva, nonostante fosse un po’ troppo pesante di sedere e grossa di gambe. Ma gli ricordava la pastosa e rassicurante ricchezza del burro e a lui la prospettiva di avere accanto nell’età matura una donna di quel genere, dentro la quale affondare e alla quale appoggiarsi nei momenti di stanchezza, non dispiaceva affatto.
Il fatto è che sulla figura di Lisa il tempo non lasciava tracce e il suo corpo sottile, tonico e sodo, che sembrava disegnato apposta per perderci la testa, non si era appesantito neppure dopo la nascita dei loro due figli, acquistando anzi un nuovo e meraviglioso accenno di morbidezza. Con gli anni, Lisa sembrava diventare sempre più bella e desiderabile, mentre lui imbolsiva nel tran tran quotidiano e nei troppi spritz al Bar dello Sportivo, perdendo capelli ed energie e sostituendoli con chili di zavorra che fecero presto a superare lo stadio di pancetta per diventare un ventre smisurato, globoso e prominente, tanto ingombrante da rendergli penoso anche salire i tre scalini di casa.
Ma soprattutto Lisa con il tempo sembrava aumentare i suoi interessi e le sue esigenze. Se per anni si era accontentata di un cinemino al mese, adesso come minimo doveva vedere un film a settimana, e visto che per lui il sabato e la domenica erano sacri, per via delle partite di serie A in tivù - "Se no cosa l’ho messa a fare la parabola di Sky?"  diceva -, lei ci andava da sola o con le amiche. E poi aveva sempre un libro da leggere o un salto in città da fare per vedere una mostra, sentire un concerto, andare a teatro, a una conferenza o a un corso di ceramica o di cucina etnica. In fondo, a lui andava bene: il gran daffare della moglie gli lasciava più tempo e spazio per stare con gli amici del bar, tirando più tardi del solito e senza neppure dover pagare pedaggio, perché Lisa, nonostante i molti impegni, non trascurava né la casa né i figli e la domenica i tortelli di zucca con l’amaretto e il grande piatto di bolliti con le mostarde e la salsa verde erano regolarmente in tavola, buoni come sempre e forse anche di più.
Non si capacitò davvero, Filippo, quando Lisa, giusto allo scoccare dei venticinque anni di matrimonio, con fredda determinazione lo lasciò di punto in bianco, preoccupandosi solo che il surgelatore traboccasse di tortelli, arrosti e stufati per almeno un paio di mesi. Non perse tempo neppure a parlargli, la sua bella moglie. Se ne andò, punto e basta. "Io voglio vivere”:  furono le uniche parole che disse e che a lui suonarono del tutto incomprensibili, giacché non v’era dubbio alcuno ch’egli la lasciasse libera di fare tutto quel che voleva come meglio credeva. Ma alla fine della fiera, pensò Filippo, “se non mi vuole non mi merita, poco ma sicuro”.
Non ci mise molto a sapere che Lisa da qualche tempo si vedeva con Marco Giussani, uno della cricca di Sandro Gardoni, considerato da tutti una mezza checca. E sì che lui lo sapeva, che non è mai una buona idea quella  di giudicare dalle apparenze. Il fatto è che poi si finisce sempre col farlo...
Quella notizia. a ogni buon conto, gli  chiarì le ragioni dell'accaduto: Lisa, semplicemente, era una donna. E le donne, poche storie, sono tutte puttane.  Tanto valeva, dunque, fagh sü la crus. E questo era tutto, per quel che lo riguardava. Peccato solo che da lì in avanti, nonostante aggiungesse ai già troppi spritz quotidiani qualche generoso bicchiere di grappa, Filippo aveva preso a dormire male e talvolta malissimo. Ma si sa, con gli anni il sonno diventa difficile e si tende a svegliarsi sempre più presto. Lo dicevano anche gli amici, al Bar dello Sportivo, e certamente era così.

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venerdì, 11 gennaio 2008

Ila Talece, giocatrice di nascondino
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 3Vite un po' così. Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie 
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Nell’unica foto delle elementari sopravvissuta al tempo – quella di terza, l’ultimo anno con la maestra Serra – Ila Talece era la bimba al centro dell’ultima fila, seminascosta. Giuseppina Cantore, Ada Eusepi e le altre tre compagne delle quali non ricordava il nome, schierate con lei sul fondo perché le più alte fra tutte,  tenevano la testa in su, per svettare sulle file antistanti e avere la certezza di essere ben visibili nell’inquadratura. Lei, invece, oltre a essere in parte coperta dalla gran massa di riccioli neri di Maria Capua, che le era  seduta davanti, aveva il capo chino, il mento sul grande fiocco rosa che ornava il piccolo collo tondo del grembiule bianco e gli occhi bassi, anziché gioiosamente puntati sull’obiettivo come quelli di tutte le altre bambine. Guardava spesso quella vecchia foto, perché vi riconosceva i segni della sua natura e del suo destino. Roba da ultima fila, appunto. Questo le era toccato in sorte, senza dolersene.  Non aveva rimpianti. E neppure rimorsi, se è per questo. Aveva semplicemente accettato la sua sorte, che quella vecchia foto già lasciava presagire e che era in larga parte frutto delle sue scelte e delle sue inclinazioni. Osservò con attenzione se stessa bambina. E guardò anche tutte le sue vecchie compagne di classe, una ad una. Concluse che, a parte la Cantore –  bellissima, tanto che la scelsero per le foto di una pubblicità dell’Ovomaltina – lei era certamente la più carina. Era anche tra le più brave. Non proprio la prima della classe, ma certamente tra le prime. Eppure, già fin da allora, le capitava spesso di maledire il suo aspetto grazioso e la sua intelligenza. Per il semplice motivo che entrambi la esponevano all’attenzione altrui. E lei, anche se non avrebbe saputo dire bene perché, soffriva quando si trovava nel cono di luce dell’interesse degli altri. Non si trattava proprio di timidezza, anche se questo è quanto andava dicendo sua madre, per giustificare le ripetute manifestazioni di ritrosia della bambina. Era qualcosa di altro e di diverso, per quanto ancora adesso, a cinquant’anni, non sapesse definirlo. Sapeva solo che fin da allora percepiva gli altri – anche il babbo, la mamma, il fratello, i nonni – per quello che erano: altri, appunto. Persone che cominciavano dove finiva lei e delle quali un singolare e radicato istinto la portava a diffidare o, nella migliore delle ipotesi, a non fidarsi del tutto, per simpatiche, affettuose, generose e vicine che fossero. Pensava anche che gli altri, compresi quelli che si abbandonavano in continuazione a palesi moti di affetto -  come sua nonna Caterina, ch'era tutta una smanceria - provavano in realtà sentimenti identici ai suoi e fossero governati dallo stesso istinto di cosciente e diffidente separatezza. 
Questa convinzione le rendeva impossibile partecipare davvero e fino in fondo alle vicende altrui, a partire da quelle familiari. Rimaneva ai margini, sempre ben attenta a non farsi mai coinvolgere del tutto da quanto accadeva. “Sei proprio forastica” la rimproverava aspramente  la madre, irritata ma anche preoccupata dalla sua scarsa socievolezza. Faceva fatica anche a giocare, Ila. Non è che trovasse i giochi noiosi, tutt’altro: la divertivano molto, soprattutto quelli fisici, come acchiapparella e ruba-bandiera, dove c’era tanto da correre. Il fatto è che si trattava di giochi che presupponevano la presenza degli altri. E gli altri erano altri. Per questo preferiva stare da sola e, magari, giocare a campana con Ali, l’amica immaginaria partorita dalla sua fantasia, il suo specchio, l’unico “altro” che era disposta ad accettare senza riserve e al quale senza riserve si apriva. Con Ali, si perdeva in sfide inesauste nel cortile sotto casa, saltellando per ore nella griglia del gioco tracciata con il gesso in battaglie che, manco a dirlo, si concludevano immancabilmente con la sua vittoria.
C’era però un’eccezione: il nascondino. Per quel gioco vecchio come il mondo, Ila era disposta a sopportare la presenza di chiunque, anche del demonio di cui cianciava don Colleo nelle sue lezioni di catechismo. Il nascondino,  come per magia, riusciva a farle dimenticare che i compagni di gioco, maschietti o femminucce che fossero, erano gli stessi “altri” dai quali si manteneva sempre  a debita e salutare distanza. Provava un’autentica ebbrezza, nel nascondersi, ed era così brava a farlo, rifugiandosi nei posti più impensabili, che molto spesso il cercatore di turno prima e gli altri compagni poi, esasperati dal non riuscire a trovarla, l’abbandonavano a se stessa per passare a un altro gioco. Ila aveva un autentico talento nel nascondersi e scomparire alla vista. Riusciva a farlo al meglio in ogni circostanza. E fu grazie a questo talento che era riuscita a percorrere l’intera esistenza in immersione, come un sottomarino, passando il più delle volte inosservata  e riuscendo a  sparire senza troppi sforzi nelle occasioni in cui, costretta a guadagnare la superficie, qualcuno mostrava di interessarsi a lei. La maggior parte delle persone trovava del tutto incomprensibile il suo modo di vivere e  comportarsi, al quale ciascuno appiccicava un’etichetta diversa: snobismo,  superbia e presunzione, anaffettività, timidezza, insicurezza... Ma c'era anche chi si spingeva a ipotizzare l’esistenza di disturbi della personalità di rilievo clinico. Degli altri e del loro giudizio, però, Ila proprio non si curava, se non per mettere quanta più distanza possibile tra sé e loro: non ne aveva davvero bisogno, per vivere. E la sua vita solitaria, tutto sommato, non era poi più deserta né peggiore delle tante vite affollate che si agitavano intorno a lei, anzi!
L'unico suo  problema era affrontare la notte. Quello in cui si infilava sotto le coperte era il momento più difficile della giornata, da sempre. Era in quell'attimo, infatti, che una sofferenza sottile e gelida come certe piogge d'inverno l'aspettava per infradiciarle il cuore e farlo sanguinare, fino a quando il sonno non arrivava a separarla da sé e dal mondo dei vivi per qualche ora. Lei ne conosceva la ragione. Ma si rifiutava di ammettere che in quegli interminabili minuti che duravano ore non era più in grado di continuare a fare quel che le riusciva benissimo durante la sua giornata affogata di impegni: nascondersi da se stessa.
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martedì, 25 dicembre 2007

La gentilezza delle parole crea fiducia.
La gentilezza dei pensieri crea profondità.
La gentilezza del donare crea amore.

 Lao Tze

 

Auguri per un Buon Natale
e uno splendido 2008

pieno di gentilezza

 

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mercoledì, 19 dicembre 2007

   Youssuf Diarra, ladro di angoli
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 2 - Vite un po' così. Racconti senza pretese di piccole esistenze immaginarie
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Non ho niente da dire. Niente da dire di quel che volete sentirvi dire. Perché so cosa
volete sentire. Che sono stato io. Questo vi aspettate da me. Anzi, questo
pretendete, perché tra aspettare e pretendere c’è una bella differenza, ormai
l’italiano lo conosco
bene, anche se ancora  litigo spesso con quel maledetto
congiuntivo. E lo pretendete perché voi state lì e io sto qui, voi siete forti
e io debole, e quindi le cose debbono andare come volete voi, così potete chiudere
questa storia. Non vedete l’ora di dire “Visto? È stato lui” e tornare a casa.
Perché voi siete gente che da qualche parte ce l’ha, una casa dove tornare.
E probabilmente avete anche altro, una macchina – tutti avete una macchina, qui –
un vizio, un sogno, un’ossessione. Ve lo leggo negli occhi che siete così,
gente che scava i sentieri su cui cammina con i passi dell’abitudine.
Gente che ha ereditato il suo piccolo angolo di mondo, ci ha piazzato sopra il culo
e ora tutto quello che vuole è continuare a starci seduta, senza rotture di scatole.
Gente che non ama le sorprese.
Figuriamoci poi se hanno la pelle nera, lo sguardo
pieno di paura e un bisogno feroce di vivere. Le detestate, le sorprese come me,
senza sapere che di angoli di mondo in regalo ne avevo avuto uno molto più bello
dei vostri, rosso di terra e verde di kram kram all'arrivo delle grandi piogge.
Ma doveva essere l’angolo sbagliato, perché un giorno me l’hanno portato via.
Non ho neanche avuto il tempo nè il modo di difenderlo, perché non c’è difesa
dalla fame. La fame è cibo per l’odio, lo ingrassa. Fino a farlo scoppiare. E quando
l’odio esplode, la vita –  già fragile di suo – diventa una scommessa a perdere,
di quelle che è meglio non giocare. Meglio impacchettarla, la vita, o almeno
la speranza  che ne rimane, e portarla via da qualche altra parte.
È quel che ho fatto io e molti altri insieme a me. Non so neanche dirvi bene come
ho fatto a mettere insieme i tremila dollari che sono serviti per arrivare fino a qui.
Là dove sono nato una famiglia ci campa almeno un paio d’anni, con tutti quei soldi,
se non fosse per quel maledetto odio che insanguina la terra e la fa ancora
più rossa. Ma sono cose che non vi interessano, lo so: non sono problemi vostri.
Ora che un po’ ho imparato a conoscervi, so che siete più o meno convinti
che ognuno deve grattarsi da sé le sue rogne. A chi tocca tocca, non è così
che dite? Non ha senso, allora, dirvi quanti inferni ho attraversato e quanti
diavoli ho incontrato, prima di arrivare qui. E per cosa, alla fine? Per trovarmi
su questa sedia? No, ve lo giuro, qui non dovrei davvero esserci. Dovrei stare come
sempre nel mio angolo, con la mia stuoia colorata dai CD che vendo a cinque euro.
Sì, questo è l’unico reato che posso ammettere: occupo gli angoli che trovo liberi.
Sono un ladro di angoli, questo è vero, posso confessarlo. Appena ne trovo uno,
me lo prendo, stendo la stuoia, sistemo i dischi taroccati e provo a tirare su
la giornata, sempre pronto a scappare quando arriva un vigile o gira una volante
della polizia. Quasi sempre sono i negozianti, a chiamarli: non ci vogliono,
vicino alle loro vetrine. Non sto neanche più lì a chiedermi perché o a discutere,
so che è così e basta.  Carico tutto alla svelta dentro il borsone e vado via,
a cercarmi un altro angolo. Per farmi coraggio, ogni volta penso che il prossimo
sarà il mio, quello dove anch’io potrò finalmente fermarmi, proprio come voi.
L’angolo che mi permetterà di avere una casa e una famiglia,
e forse un sogno
e un vizio. E una macchina, perché no?
Una macchina anche vecchia,
che importa, per andare in giro scegliendo dove. Da noi è un lusso sconosciuto,
sapete, poter scegliere dove andare. Quasi sempre andiamo dove qualcuno
o qualcosa ci costringe ad andare e non è davvero lo stesso, credetemi. Ma so
bene che non è questo che volete sentirmi dire. E so che continuerete a insultarmi
e picchiarmi per farmi dire che sono stato io, così potrete chiudere la faccenda
e tornare ai vostri angoli con i vostri culi sulle vostre macchine.
Il fatto è che non sono stato io,
ve l'ho detto. Non sono stato io.
Non so nulla della rissa dove Souleyman è rimasto accoltellato, né di quell’altro
di cui mi parlate, il ragazzo bianco con la testa rasata.
È vero, ho ammesso
di conoscerlo, quando mi avete mostrato la fotografia, perché
è la verità.
Lui e altri come lui venivano a darci fastidio, a me, a Souleyman e agli altri fratelli
neri.
Una volta uno di loro ha tirato fuori il cazzo e ha pisciato sui miei CD,
quello schifoso,
mentre gli altri ridevano e mi tenevano fermo a suon di botte.
Anche
lui, sì, quello della foto. Era quello che rideva di più e che picchiava
più forte. Ma mi
dispiace che gli abbiano spaccato la testa. Se però volete
davvero la verità, vi dirò che se l’è cercata, chi si nutre d’odio muore avvelenato.
E conta poco se il veleno arriva con una mazzata che ti sfonda il cranio, è solo
un dettaglio: sempre di veleno si tratta. È vero, quel giorno ero in via Flaminia,
all’angolo con Via Nitti, davanti al ferramenta, a vendere i CD taroccati, è un buon posto,
ci passa tanta gente. Ma sono
andato via prima che scendesse il buio, come sempre.
Non so nulla, di quel che è successo dopo. Trovo strano, anzi, che Souleyman 
fosse ancora lì da solo. Sapete,
noi abbiamo un senso innato per il pericolo,
sappiamo che è una belva feroce
e imprevedibile. Per questo facciamo di tutto
per evitarlo. No, non è come pensate,
non si tratta di paura. È altro, qualcosa
che ha a che fare con il rispetto per sé,
per la vita e per gli altri, non so bene
come spiegarlo. Potrei dire che noi non cerchiamo rogne, ecco. Per il semplice
motivo
che non possiamo permettercelo. Per questo stiamo attenti, molto attenti,
e mi sorprende che a quell’ora Souleyman  stava ancora lì da solo.
Del resto non so nulla, come devo ripetervelo? Ero già alla baracca sull’argine
del fiume, insieme agli altri, nell’ora in cui è scoppiato il casino.
Sì, lo so che
nessuno dei fratelli si farà vivo per confermarlo, ma dovete capire.
Non sono
proprio in regola con il permesso di soggiorno e non è igienico avere a che fare
con voi,
anche se c’è un fratello in pericolo. Se è la verità che volete, questa è
la verità: io non c’entro,
con quel disgraziato dal cranio spaccato come una noce
di cocco.
Ma non è la verità che cercate. Voi cercate un colpevole ed è tutta un’altra
storia.
È questo che mi fa paura, sapete? Farebbe paura anche a voi, al mio
posto. Sapete come
mi sento? Come una mosca caduta per sbaglio in una
ragnatela. Provate a immaginarlo:
vi piacerebbe essere la mosca e non il ragno?
So che andrà male, in ogni caso. No, non sono le botte, a spaventarmi, ma il fatto
che nella migliore delle ipotesi mi caricherete su un aereo e mi rispedirete in Africa.
Riuscite a capire cosa vuol dire, tornare laggiù, sconfitto un’altra volta, più disperato
di quando sono partito? No, non credo… Avete una casa dove tornare, voi, un sogno,
una macchina… Ma forse andrà anche peggio, visto che la vita con me ha sempre
giocato a carte truccate. Magari mi spedite a marcire in un carcere, buttate la chiave
e cosa sarà di me lo saprà soltanto Allah e forse nemmeno lui.
Sì, ve l’ho detto, Youssuf Diarra è il mio nome, sono nato il 23 maggio 1983 a…
Ma non ricominciamo con tutta la storia, vi prego. Se è per stanchezza che volete
prendermi, dovrete sudare parecchio anche voi. Perché io non c’entro nulla,
con questa storia, ve lo ripeto, anche se è una storia già scritta tante di quelle
volte che a voi  viene automatico riscriverla così. Ma finchè mi lasciate fiato in corpo,
io continuerò a dirvi quello che vi sto dicendo da ore. Se ho una colpa, è solo quella
di essere nato, ed è una colpa che ho già fatto in tempo a scontare abbastanza,
in questi venticinque anni di vita. Qui da voi ho sempre filato dritto: certo, il permesso
di soggiorno è scaduto da un po'  e rubo gli angoli delle strade per la mia
bancarella di Cd taroccati. Ma la questione del permesso avrei finito